Al Sindaco di Roccastrada e Presidente della Provincia di Grosseto – Francesco Limatola

Al Presidente dell’Unione Comuni Colline Metallifere – Giacomo Termine

Al Sindaco di Grosseto – Antonfrancesco Vivarelli Colonna

Al Presidente della Giunta Regionale della Toscana – Eugenio Giani

Loro Sedi

Risulta a questo Collettivo “Diritti in Palestina” che sia in atto il procedimento amministrativo, presso i competenti uffici della Regione Toscana, per la concessione dell’Autorizzazione Unica Energia (AUE) alla ditta SPV Energy 3 srl per l’impianto agrivoltaico denominato “Ribolla”, situato per la sua massima parte nel comune di Roccastrada e, in minor misura, nel comune di Grosseto.

Da visura camerale effettuata risulta che la compagine sociale della SPV Energy 3 srl, con sede a Milano, in piazza Cinque Giornate n°10, con capitale sociale di 2.500 € (duemilacinquecento) e nessun dipendente, sia costituita unicamente dalla Shikun & Binui Energy Europe B.V., con sede legale in Amterdam (Paesi Bassi), a sua volta controllata dall’israeliana Shikun & Binui Ltd.

Quest’ultima, secondo quanto riportato dal “Who Profits Research Center”, centro indipendente di ricerca sul coinvolgimento di imprese nell’occupazione israeliana in Palestina e Siria, opera nei territori occupati della Cisgiordania e Gerusalemme Est, attraverso la costruzione, espansione e gestione di insediamenti illegali. Ha inoltre collaborato alla costruzione della barriera che circonda la Striscia di Gaza assediata e si è aggiudicata – direttamente e attraverso la controllata Solel Boneh Infrastructures – alcune gare indette dal ministero della difesa israeliano per la costruzione e gestione di nuove basi militari, come nel caso di Kiryat Ha Tikshuv o Kiryat Hamodi. Sempre attraverso Solel Boneh Infrastructure, ha realizzato una barriera tecnologica intorno alla Striscia di Gaza assediata, nonché la costruzione della metropolitana di Gerusalemme, con conseguente esproprio di porzioni del territorio occupato.

Shikun & Binui Energy Ltd detiene anche il 50% di Policy Ltd, che fornisce strutture e servizi alla polizia israeliana.

Nell’ambito della produzione di energia è poi aggiudicataria di un impianto fotovoltaico nel deserto del Naqab, che ha comportato la demolizione di 1.200 abitazioni beduine. Ha infine stipulato un accordo con il gruppo Leviatan, per la fornitura di gas naturale estratto al largo delle coste palestinesi, in violazione del Protocollo di Parigi e degli Accordi di Oslo.

Riteniamo infine rilevante precisare che Shikun & Binui Ltd, così come la controllata Solel Boneh Infrastrutture Ltd, sono inserite nella lista dell’Alto Commissariato delle Nazione Unite per i Diritti Umani, delle imprese che traggono profitto in attività negli insediamenti israeliani illegali nei territori palestinesi occupati. Questo rende ancora più preoccupante, anche da un punto di vista legale, la procedura in atto per la concessione dell’AUE alla SPV Energy 3 srl.

A questo riguardo va ricordata che più volte la Corte Internazionale di Giustizia e l’Organizzazione delle Nazioni Unite, hanno affermato l’illegalità della prolungata occupazione israeliana dei territori palestinesi, nonché delle azioni intraprese da Israele per modificarne la composizione demografica, attraverso l’espulsione dei palestinesi dal loro territorio e la costruzione ed espansione degli insediamenti dei coloni e della messa in opera delle infrastrutture associate. Tutto questo accompagnato da pratiche discriminatorie, omicidi e violenze, distruzione e furto di uliveti e greggi, distruzione di abitazioni e servizi essenziali, dai servizi sanitari a quelli scolastici, dalle strutture per la gestione del ciclo idrico a quelle energetiche. Ribadendo l’illegalità di queste pratiche, in quanto contrarie al diritto umanitario.

Alle pratiche illegali del governo israeliano, si sommano le violenze dei coloni, che operano come bande paramilitari, spesso armati dal governo stesso, il cui l’ex ministro della difesa, Gallant, ha definito i palestinesi come “animali umani” e il suo attuale successore, Israel Katz ha auspicato la distruzione totale di Gaza.

A questo si aggiunge un’ampia gamma di leggi discriminatorie, basate sull’appartenenza etnica, religiosa e razziale e quindi, a nostro avviso, rientranti nell’ambito delle leggi razziali, contrarie alla Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.

Giova poi ricordare che lo Stato di Israele è inserito dal 2024 nella lista ONU dei Paesi che minacciano l’incolumità dei bambini. Duole qui ricordare il caso di Murad Fawzi Abu Seifen, di 15 anni, ucciso da soldati israeliani la sera del 5 novembre a Al-Yamoun con tre proiettili nel cranioda una distanza di 60/80 metri, o di Yamen Hamed Yousef Hamed, ucciso da un proiettile delle IDF che gli ha trapassato il torace mentre camminava, o ancora di Mohammed Bahjat Mohammad Hallaq, di solo 9 anni, ucciso da un soldato che si è inginocchiato e ha sparato un solo colpo, da 200 metri di distanza, trapassandolo da parte a parte. Altri due proiettili furono sparati contro un altro ragazzino che aveva tentato di soccorrerlo, o ancora di Saddam Hussein Iyad Mohammad Rajab, un bambino di 10 anni, ripreso da unatelecamera di sicurezza il 31 gennaio del 2025, quando un soldato israeliano gli ha sparato all’addome durante un incursione a Tulkarem. Il padre del bambino fu detenuto circa un’ora mentre cercava disperato di portare il figlio all’ospedale. Anche l’ambulanza fu trattenuta e rallentata durante il trasferimento del bimbo a Nablus. E così molti altri.

Sono circa 360 i minorenni della Cisgiordania trattenuti nelle carceri israeliane, di cui circa 140 sulla base di prove segrete, sconosciute sia a loro che ai loro avvocati, e la loro detenzione può essere rinnovata a tempo indeterminato.

La Commissione d’Inchiesta dell’ONU sulla Palestina, istituita nel 2021, dichiara che «I bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane», che stanno compiendo «atti di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra» in Palestina.

Gli stessi soldati israeliani, riporta la Commissione, hanno ammesso di avere preso di mira bambini e di averne uccisi altri in bombardamenti di vasta scala.

Ricordiamo inoltre che quest’anno Israele è stato anche inserito nella lista ONU dei Paesi responsabili di violenze sessuali nelle zone di conflitto. Nelle testimonianze dei detenuti palestinesi sono frequenti casi di violenza sessuale, anche di gruppo, da parte di soldati o guardie carcerarie israeliane o con l’uso di cani. Si registrano colpi ai genitali e ad altre parti del corpo, spesso accompagnati dall’uso di strumenti metallici e manganelli. Sono poi da segnalare le condizioni di sovraffollamento e la mancanza di ore d’aria o dell’esposizione alla luce solare, mentre quella artificiale viene utilizzata per privare del sonno i detenuti.

D’altronde nel gennaio 2024, il nuovo commissario del Servizio carcerario israeliano, il tenente generale Koby Yaakobi, aveva dichiarato che la sua priorità principale era il peggioramento delle condizioni di detenzione dei prigionieri palestinesi. Opinione condivisa dal ministro per la sicurezza nazionale Ben Gvir.

Il Rapporto del 23 marzo 2026 della Relatrice speciale ONU sui territori occupati palestinesi, su tortura e genocidio, illustra chiaramente e dettagliatamente l’uso della tortura durante la detenzione e gli interrogatori, specificando come alcuni gruppi specifici sono stati presi di mira con arresti e abusi particolarmente gravi, che in alcuni casi hanno portato a morti violente: attivisti, medici, personalità politiche, difensori dei diritti umani e giornalisti. Afferma inoltre che è diffusa la violenza sessuale contro bambini, donne e uomini, spesso utilizzando oggetti quali sbarre di ferro, manganelli e metal detector. I detenuti sono sottoposti a percosse e scariche elettriche sui genitali o sull’ano. Il diniego delle cure mediche è sistematico.

Evidenzia inoltre come gli abusi sessuali siano stati praticati anche verso gli attivisti della Freedom Flotilla.

Anche il Comitato delle Nazioni Unite contro la tortura accusa Israele di aver adottato «una politica statale di fatto di tortura organizzata e diffusa», descrivendo un sistema che avrebbe normalizzato abusi fisici e psicologici ai danni di prigionieri palestinesi, bambinicompresi, e che si sarebbe gravemente intensificato dal 7 ottobre 2023.

Ricordiamo poi tutti ciò che è accaduto durante la carestia indotta da Israele nei territori della Striscia di Gaza, con la morte per fame dei palestinesi – tra cui almeno 66 bambini – o gli omicidi mentre cercavano di accedere agli scarsi aiuti alimentari.

A questo desolante quadro va aggiunta la recente approvazione della legge che prevede la pena di morte per impiccagione per i palestinesi “colpevoli” di terrorismo in chiave anti-israeliana, accompagnata dai repellenti festeggiamenti dell’aula e del ministro Ben Gvir.

Tutto questo non esula dall’oggetto di questa comunicazione, in quanto, come già sopra riportato, l’impresa proponente dell’impianto agrivoltaico “Ribolla”, è ampiamente coinvolta nel quadro fin qui delineato, di quella che è la situazione che si vive in Palestina. Questo grazie ai suoi stretti legami con le istituzioni israeliane ed il suo contributo nella costruzione e gestione di strutture volte a creare, sostenere e perpetrare lo stato di violazione dei diritti fondamentali della popolazione palestinese.

Riteniamo perciò che la procedura di richiesta di Autorizzazione Unica Energia della SPV Energy 3 srl rientri pienamente nella casistica delineata dalla Risoluzione ONU del 18 settembre 2024, basata sul Parere Consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 19 luglio 2024, che obbliga i Soggetti Terzi a non sostenere la situazione in atto nei territori della Palestina occupata, definendo “illegale” la presenza prolungata di Israele. Specificando che ciò coinvolge anche “le relazioni economiche …. commerciali e finanziarie”.

Invita inoltre ad astenersi da azioni che possono avvalorare la presenza illegale di Israele nei Territori Palestinesi Occupati ed adottare misure per impedire relazioni commerciali o finanziarie che contribuiscano al mantenimento di tale situazione.

Esorta inoltre i Paesi ad adottare misure affinché le istituzioni, le imprese e le entità che ricadono sotto la loro giurisdizione, “non attuino in maniera che supponga il riconoscimento della situazione creata dalla presenza illegale di Israele nei Territori Palestinesi Occupati, né prestino aiuto o assistenza per mantenere questa situazione”.

Inoltre l’Ordinanza della CIG del 26 gennaio 2024 nell’ambito della controversia Sudafrica c. Israele, sollecita la responsabilità degli altri Stati parte della Convenzione per la prevenzione e la repressione del genocidio (fra cui l’Italia), sui quali grava l’obbligo di fare tutto quanto è in proprio potere per prevenire la commissione di un genocidio, o per porre fine a un genocidio in corso.

Né gli Enti Territoriali possono ritenersi esentati da tali obblighi, nella misura in cui tale obbligo intercetta competenze e prerogative loro proprie, anche tenendo in conto che l’art. 114 Cost. gli riconosce la natura di Enti costitutivi della Repubblica, in una condizione di parità con lo Stato. Nella stessa direzione vanno le disposizioni di cui all’art. 2 Dlgs 112/98 e l’art.6 della L. 131/2003.

Invitiamo quindi i rappresentanti istituzionali in indirizzo di questa nostra comunicazione a voler chiarire i motivi per cui, nonostante quanto sopra riportato e nonostante le caratteristiche societarie della SPV Energy 3 srl, si sia ritenuto di poter accogliere e sottoporre a valutazione, con successiva pronuncia positiva di compatibilità ambientale, la richiesta della proponente in merito alla realizzazione dell’impianto agrivoltaico denominato “Ribolla”, con potenza nominale di 20 MW, da realizzarsi nei comuni di Roccastrada e Grosseto.